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Resoconto Convegno di Roma  Intervento Card. Poupard

CONCLUSIONI di S.E.  CARDINAL PAUL POUPARD Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

 
Signor Presidente, Signore, Signori e cari Amici,

       Sono onorato di pronunciare le parole di conclusione in chiusura di questo appassionante colloquio dal titolo: Identità europea, Cultura e Mondializzazione, una sfida per l’Europa. Mi permetto di farmi interprete di tutti i partecipanti esprimendo la nostra viva riconoscenza all’Unione Paneuropa Internazionale, ed in particolare al suo Presidente, Signor Alain Terrenoire, per la meravigliosa organizzazione di quest’evento, in partenariato con il Gruppo PPE/DE del Parlamento Europeo. Signor Presidente, Lei é fedele ai fondatori dell’Unione Paneuropa Internazionale, ed in particolare a Richard Coudenhove-Kalergi che già nel 1923 proponeva di unire gli Stati europei per consolidare la page, favorirne lo sviluppo economico e sociale e riconciliare la Germania e la Francia. E sulla scia dell’Arciduca Otto di Asburgo che presiedette l’Unione Paneuropa Internazionale per più di trent’anni, Lei ha saputo, assieme ai Suoi collaboratori, convincere un numero ragguardevole di personalità a partecipare a queste due giornate di lavoro di alto livello intellettuale ed umano, durante i quali abbiamo cercato di affrontare con coscienza illuminata e decisa la sfida della mondializzazione. Nessuna esitazione al riguardo: la memoria é la speranza del futuro. Un popolo senza memoria é un popolo senza speranza. Il nostro futuro europeo si radica in ció che abbiamo ereditato: l’umanesimo personalistico é costitutivo della nostra identità. Questa per me é una convinzione solida: l’analisi incessantemente ripetuta della crisi diventa essa stessa un elemento di crisi se non sfocia in proposte d’azione per affrontare le situazioni problematiche. Il nostro colloquio sarebbe stato una perdita di tempo totale se si fosse limitato all’analisi delle sfide, senza proporre un passo per sormontarle, nello spirito della trilogia classica: Vedere, per discernere, allo scopo di agire.

        Il ruolo degli uomini politici é evidentemente maggiore in questo campo, ma come sappiamo l’Europa non puó esser sé stessa se non permettendo agli uomini e donne del nostro continente di riconoscersi in essa, e perció mostrandosi ad essi come l’Europa dell’uomo, di ciascun uomo e di tutti gli uomini che vi abitano. Perció, le interpretazioni di parte, che vorrebbero ignorare alcuni componenti essenziali della società, non solo sono miopi, ma soprattutto mortifere. Rischiano di condurre l’Europa alla sua rovina, ed in particolare l’afasia portatrice di amnesia, che vorrebbe relegare il fattore religioso, questo primo fattore sociale, ad una dimensione puramente privata, estranea all’identità dei popoli. Capiamoci bene sul senso rigoroso del termine: si alla laicità, no al laicismo. La nostra storia bi-millenaria ci insegna quanto sia opportuna la separazione tra Chiesa e Stato, e al contempo quanto sia disastrosa la separazione tra Chiesa e società. Ogni giusta visione della laicità deve rispettare quest’evidenza fondamentale.

       Identità, Cultura e Mondializzazione. Una sfida per l’Europa. La parola « sfida », qui usata al singolare, copre di fatto un’ampia pluralità di concetti. E’ vero tuttavia, ed é la mia preoccupazione permanente in quanto Presidente –ancora per qualche ora– del Pontificio Consiglio della Cultura. che la sfida per l’Europa é prima di tutto una sfida culturale, e quindi di identità. Ma mai la passione per la storia non ha smesso di rafforzare in me la convinzione che la memoria sia la speranza del futuro. Per condizione storica, poiché la sua esistenza si inserisce ed iscrive nel tempo, l’uomo é al contempo figlio e creatore della sua propria cultura, e quindi della sua identità. Ne consegue che il riferimento all’identità europea é essenziale, come abbiamo già affermato a Berlino il 25/5/1984, al termine della IV Conferenza dei Ministri europei degli Affari culturali, ove io rappresentavo la Santa Sede: «Considerando che il patrimonio europeo é formato da risorse naturali e da creazioni umane, da ricchezze fisiche, ma anche da valori spirituali e religiosi, da credenze e da conoscenze, da angosce e da speranze, da ragion d’essere e da modi di vita, la cui diversità fa la ricchezza di una cultura come base fondamentale della costruzione europea, … le Culture europee sono fondate in particolare  su una tradizione secolare di umanismo laico e religioso»[1].

       Lungi dall’essere paralizzante, il ruolo della memoria é costitutivo [2] : l’uomo é una creatura libera, il neonato puó rifiutare il seno materno e deperire! Un’identità culturale é sempre in divenire, in progresso. E’, come ogni altra realtà della vita, un dinamismo vivo. La storia dell’Europa ce lo insegna, e forse proprio in questo risiede il suo maggiore insegnamento : se l’identità di un popolo ne manifesta la peculiarità, al contempo aspira all’universale. Lo fa dando il meglio di sé, in quanto radicata nella natura umana. Di conseguenza possiamo emettere un giudizio di valore sulla cultura: una cultura non é veramente umana se non quando porta in sé l’apertura alle altre culture, all’universale. Le esigenze della particolarità fondano i diritti e le identità culturali proprie, quelle dell’universalità fondano i doveri che ne derivano verso le altre culture e l’umanità intera3.  

       La difficoltà ed al contempo la ricchezza appassionante di una riflessione sull’identità europea, é che non si riferisce ad una società di uomini con un’unica storia e cultura, e con istituzioni ed espressioni artistiche simili: si riferisce ad un insieme di popoli che vivono in una vasta zona geografica ove riscontriamo talora forti contraddizioni.

       Già all’interno di uno stesso Stato possono esistere comunità minoritarie che aspirano a vivere in modo diverso da quello della maggioranza, secondo caratteristiche proprie, tanto linguistiche quanto etniche, religiose o di costume, senza pertanto cercare di separarsi da un’organizzazione politica della quale lo Stato é l’espressione giuridica. Bisogna far attenzione a non ridurre l’identità dell’Europa a un’identità politica, sia essa già esistente o solo auspicata, ed ancor meno ad un’identità economica – che tende ad imporre il modello economico dominante della mondializzazione– se questi due termini, identità ed economia, possono in realtà coniugarsi per il bene autentico dell’uomo. Come ogni essere umano ha diritto al riconoscimento e al rispetto della sua identità –cosa che non lo dispensa dal suo dovere verso la collettività-, allo stesso modo ogni minoranza culturale ha diritto al riconoscimento della sua identità. E’ un diritto inerente alla sua propria natura, che la valorizza agli occhi dell’insieme della società, e ne facilita l’integrazione tra i popoli. Inversamente, se un gruppo di persone non é rispettato, ció é fonte di umiliazione, suscita una forte rivendicazione e come la storia ci insegna tragicamente può assumere forme estremamente violente.

        Ecco perché, abbiamo iniziato la nostra riflessione sull’Identità europea, risalendo alle origini della nostra civilizzazione per riscoprirvi la fonte sempre viva alla quale si alimenta l’Europa millenaria ed in virtù della quale puó irradiare i suoi valori nel mondo. Ed abbiamo preso in considerazione la pratica non meno antica del dialogo interculturale ed interreligioso, che ci sembra assolutamente determinante in questo momento, nel quale possiamo constatare in vari campi ed in certe regioni, o per meglio dire in quartieri interi delle nostre megalopoli, degli irrigidimenti preoccupanti.         

        Le sfide non mancano, e le abbiamo prese in considerazione nel loro rapporto con il vasto fenomeno della mondializzazione, che ha la tendenza funesta di uniformare i modelli culturali con degli obbiettivi economici tramite una tecnologia  vincente, in un contesto demografico in via di radicale mutamento. Abbiamo quindi dovuto abbordare la sfida spinosa del ripiego dell’identità  quale si manifesta oggi, sopratutto nelle forme del messianismo, dell’integralismo e del laicismo radicale sempre incombenti.

        E per concludere il nostro percorso, abbiamo tentato di portare il nostro sguardo sull’Europa nel mondo odierno, per apprezzarne la capacità di offrire le giuste risposte alle sfide dei nostri tempi. Conveniamo che urge risvegliare le coscienze e proporre mezzi in grado di rendere il mondo più solidale e più giusto.

       

       Ora, per concludere, vorrei evocare due ricordi che amo particolarmente, come ben sa chi mi conosce . Sono legati a due dei quattro Pontefici che ho avuto il privilegio di conoscere. Per quasi mezzo secolo di servizio presso la Santa Sede (salvo dieci anni a Parigi come Rettore dell’Istituto cattolico) non ho mai smesso di aiutarli il piu’ fedelmente possibile nella loro missione di Chiesa universale, da un millennio all’altro.

       Il primo di questi ricordi é legato a Paolo VI. Quarant’anni fa’, quando ero il suo giovane collaboratore presso la Segreteria di Stato, papa Montini mi chiese di presentare nella Sala Stampa della Santa Sede la sua magistrale Enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli, testo che Michel Camdessus, ex-presidente del Fondo monetario internazionale e delle Settimane Sociali di Francia ha definito come uno dei documenti più appassionanti del ventesimo secolo [4], con le sue due affermazioni lapidarie di introduzione e di conclusione: «La questione sociale é oggi mondiale» e «Lo sviluppo é il nuovo nome della pace». Mi sembra che questo testo di grande spessore meriti un posto speciale nella nostra riflessione sull’Europa. Perché ? Perché reputo che l’Europa sia capace più di qualsiasi altro stato, grazie alle sue radici, alla sua cultura e alla sua identità, di udire assieme a Paolo VI le richieste d’aiuto di così tanti uomini e donne ridotti alla fame, alla miseria, all’ignoranza e alla vulnerabilità davanti a ció che definiamo oggi, usando un’espressione tragica «le malattie neglette ». «I popoli della fame interpellano oggi in modo drammatico i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale davanti a questo grido d’angoscia e chiama ciascuno a rispondere con amore all’appello di suo fratello.. » [3]. Questa capacità dell’Europa ad interrogarsi in coscienza e ad agire per offrire risposte pertinenti alle sfide della mondializzazione in un mondo piu’ giusto e fraterno, non deriva in primo luogo dalla sua potenza economica, bensì principalmente dalla sua cultura. E’ nostro dovere ricordare questa convinzione ai nostri contemporanei.

       Il secondo ricordo è legato alla memoria di Giovanni Paolo II. E stato in occasione del suo primo viaggio in Francia all’inizio del giugno 1980. Io allora ero Rettore de l’Institut catholique dove avevo l’onore di riceverlo perchè aveva tenuto a incontrarvi l’intelligentzia cattolica prima di recarsi alla sede dell’Unesco per tenervi il suo memorabile discorsa, senza dubbio uno dei più significativi del suo pontificato. Si era rivolto agli uomini e donne di cultura e di scienza che egli considerava detentori di una «enorme potenza: la potenza dell’intelligenze e delle coscienze », in fine fissò loro tre priorità:

– priorità dell’etica sulla tecnica;
– primato della persone sulle cose;
– superiorità dello spirito sulla materia.

        Così facendo, il giovane papa filosofo sottolineava l’urgenza di una «cultura morale», che è propria  dell’uomo «spiritualmente maturo; capace di educarsi da solo e di educare gli altri »(§ 14) . 

        Per le sue origini personali e la sua formazione filosofica, ma soprattutto in ragione del ruolo storico e sempre attuale della Chiesa, non solamente nella diffusione della cultura ma anche nella sua stessa formazione, Giovanni Paolo II poteva permettersi questo «indirizzo magistrale» agli uomini di scienza e di cultura, come farà a sua volta, Papa Benedetto  nel suo non meno memorabile discorso di Ratisbona. La Chiesa «esperta in umanità», secondo la celebre espressione di Paolo VI all’ONU, ha compreso molto presto il legame organico tra religione e cultura, e più precisamente tra cristianesimo e cultura. Il Vangelo è portatore di un umanesimo integrale capace di fecondare le culture in un rapporto di fiducia con le altre tradizioni religiose, in particolare quelle di tutti i figli di Abramo, come anche – ho ricordato la dichiarazione dei ministri europei della cultura a Berlino – con l’umanismo laico.

        L’Europea ha saputo sin dall’inizio attingere dalla saggezza del Vangelo, una linfa vivificante e feconda, dall’Atlantico agli Urali, e il suo patrimonio incomparabile testimonia una pienezza culturale e spirituale che non ha cessato di irradiarsi attraverso il vasto mondo. La rivelazione del Vangelo permette all’uomo di scienza e di cultura che se ne ispiri,   di porsi come sentinella della verità sull’uomo. E, come diagnosticava Giovanni Paolo II: « forse una delle debolezze più manifeste della attuale civiltà sta in una visione inesatta dell’uomo ».

        Il papa Giovanni Paolo II, questo figlio della Polonia che ha guidato con mano sicura la barca della Chiesa da un millennio all’altro, era abitato da una autentica passione per l’uomo, come il suo predecessore Paolo VI che, mi ricordo, aveva affermato nel suo memorabile discorso di chiusura del Concilio Vaticano II: « La Chiesa del Concilio, è vero, non si è contentata di riflettere sula sua propria natura e sui rapporti che l’uniscono a Dio: si è anche grandemente occupata dell’uomo, dell’uomo come in realtà  si presenta nella nostra epoca : l’uomo vivente, l’uomo interamente occupato di sé, l’uomo che si fa, non solo centro di tutto quello che l’interessa ma che osa pretendersi principio e ragione ultima di tutta la realtà ».

       Il Pontificio Consiglio della Cultura che ho avuto il privilegio d’accompagnare dalla sua nascita 25 anni fa, è stato creato precisamente dal Papa Giovanni Paolo II con questa missione di andare incontro all’uomo come esso si presenta in realtà nella nostra epoca per fargli sentire la voce del Vangelo e stabilire un dialogo fecondo, tanto con i non credenti che con gli uomini di tutte le tradizioni religiose. Io mi sono impegnato per un quarto di secolo, e quello di oggi è il mio ultimo atto come Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, a favorire questo incontro sul terreno della cultura nelle diverse parti del mondo, e particolarmente in Europa.

        Il papa Benedetto XVI lo ricordava nel suo discorso del 25mo anniversario dell’istituzione del Pontificio Consiglio della Cultura, il 15 giugno scorso: « Istituendo questo nuovo dicastero, il mio venerato predecessore sottolineava che esso doveva perseguire le sue finalità dialogando con tutti senza distinzione di cultura né di religione, per ricercare insieme "una comunicazione culturale con tutti gli uomini di buona volontà [6][7]… E divenuto ancora più urgente per la Chiesa di promuovere lo sviluppo culturale puntando sulla qualità umana e spirituale dei messaggi e dei contenuti, perchè la cultura d’oggi risente inevitabilmente delle conseguenze dei processi di mondializzazione che, se non sono costantemente accompagnati da un attento discernimento, possono ritorcersi contro l’uomo, finendo per impoverirlo invece di arricchirlo. » C Si tratta proprio del tema di questo Convegno dell’Unione Paneuropea internazionale: Identità europea, Cultura e Mondializzazione, una sfida per l’Europa. 

        Signor Presidente, Cari amici,

       La cultura esprime la ricchezza creatrice dello spirito umano, della persona capace di trasformare i doni della nature per estrarne il bello, il vero ed il buono e farne i suoi migliori compagni di strada nel suo ambiente. La cultura è per l’uomo, e non l’ uomo  per la cultura. Ma dobbiamo anche reagire all’attuale « inflazione culturale » e all’impiego intempestivo di questo termine abusivamente declinato. I concetti non perdono in profondità quello che guadagnano in estensione? Il « tout-culturel » non è solamente sorgente di confusione: nasconde una ideologia che affonda le sue radici nella de-valorizzazione dell’uomo. Quando la Chiesa insiste affinché l’Europa riconosca le proprie radici cristiane, lo fa perché vede nell’umanesimo cristiano, non solamente il punto di partenza storico de tutto il suo sviluppo umano, scientifico e spirituale, ma perché sa che per lei è essenziale continuare ad attingere in questo umanismo la linfa necessaria alla sua crescita.

       L’evoluzione, il progresso della cultura si misura a fronte del contributo all’umanità dell’uomo, della sua capacità di rendere l’umanità più umana. Evocare, come abbiamo fatto, la nostra eredità fondante, è aprire la strada  di un avvenire creatore. Un corpo cresciuto richiede un’anima grande, tant’è vero che  l’irradiazione culturale e spirituale vanno di pari passo con il radicamento carnale. Nell’ora della mondializzazione la sfida per l’Europa, nella fedeltà creatrice alla sua identità culturale, è di edificare una comunità di uomini, gli uni con gli altri e gli uni per gli altri,  condividendo generosamente, oltre ai mezzi per vivere, anche le ragioni per vivere. E’ la convinzione del Concilio Vaticano II, è la mia, e vi ringrazio di avermi permesso di condividerla con voi: « L’avvenire ènelle mani di coloro i quali avranno saputo dare alle generazioni di domani ragioni per vivere e per sperare » (Gaudium et spes, n. 31).

1 Cf. Documentation Catholique N° 1878, t. LXXXI, 1984, p. 762.
2 Cf. P. Poupard, L’eredità cristiana della cultura europea, Il Cerchio, Rimini, 2007.
3 Cf. Conseil Pontifical de la Culture, Pour une pastorale de la culture, n. 10, 23 mai 1999 : « Si les droits de la nation traduisent les exigences de la particularité, il importe aussi de souligner celles de l’universalité, avec les devoirs qui en découlent pour chaque nation envers les autres et toute l’humanité. Le premier de tous est sans nul doute le devoir de vivre dans une volonté de paix, respectueuse et solidaire à l’égard des autres… À l’encontre du nationalisme porteur de mépris, voire d’aversion pour d’autres nations et cultures, le patriotisme est l’amour et le service légitimes, privilégiés, mais non exclusifs, de son propre pays et de sa culture, aussi loin du cosmopolitisme que du nationalisme culturel. Chaque culture est ouverte à l’universel par le meilleur d’elle-même. »
4 Cf. P. Poupard, Christianisme et identité nationale. Une certaine idée de l’Europe, Beauchesne, Coll. Eglises et Politique, 1994.
5 Editorial de la Lettre des Semaines Sociales de France, avril 2007.
6 Cf. P. Poupard, Le Christianisme, ferment de nouveauté en Europe, Ed. Parole et Silence, 2005.
7  Cf. Lettre au Card. Casaroli, Doc. Cath., ( 1982), n° 20, 1832, p.605.