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Il sommario del quarto numero comprende:
- "Inerzia e cambiamento" dell'on. Mario Mauro (Vice Presidente del Parlamento europeo)
- "Unione Paneuropea Internazionale" (conclusioni della riunione paneuropea di Bratislava)
- "I referendum europei per la Costituzione" di Adriana Usiglio (Presidente di Paneuropa Italia)
- "Ue 25 mezzo miliardo di persone con regole e principi condivisi" dellon. Guido Podestá (Responsabile del Dipartimento Allargamento ad Est)
- "Riceviamo e pubblichiamo" (aggiornamenti dalla Francia, dalla Germania e dalla Slovacchia)
- "I neoconservatori hanno fatto bene i conti?" dellon. Dario Rivolta (Vice Presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei deputati)
- "Il paradosso di Platone" del prof. Fausto Capelli (Diritto Comunitario e degli Scambi Internazionali)
- "Alternativa o restaurazione?" di Pierluigi Mennitti (per gentile concessione di ideazione)
- "Trans Europe Express" di Achille Jachetti
L'intero notiziario è disponibile in formato PDF: Notiziario Paneuropa n° 4
Riportiamo l'articolo di Donatella Bono giornalista de il Giornale e Direttore responsabile del nostro trimestrale che analizza i temi di questo numero (lo troverete in prima pagina).
"NO".
"NO":è stato un duro colpo per tutti coloro che credono e lavorano per gli Stati Uniti dEuropa la risposta francese prima e quella olandese poi al referendum sulla costituzione europea.
I no hanno travolto la Francia, e lEuropa, un no trasversale ai partiti, alla società civile, urlato a gran voce dal popolo, dai giovani, timorosi del futuro, dagli immigrati di vecchia generazione spaventati
dallondata dimmigrazione recente e inarrestabile, dagli agricoltori.
Le dichiarazioni di Jean-Claude Juncker primo ministro di Lussemburgo dove, lo ricordiamo, lesito del referendum è invece stato positivo, sono state disarmanti, il suo rifiuto di riconoscere che Francia e Olanda hanno votato contro la costituzione, poco condivisibile.
La politica del seppellire la testa nella sabbia è pericolosa per lUe: è evidente che esiste una frattura significativa tra lélite politica europea e gli elettori. Non coglierla, rifiutarsi di ammetterla, significa minare alla base le fondamenta dellEuropa che stiamo cercando di costruire.
Sarebbe onesto riconoscere che, pur concedendo al NO di Francia e Olanda le attenuanti generiche di due paesi che hanno molto da ridire anche nei confronti dei propri governi, tuttavia lUe non è esattamente estranea al loro voto negativo.
E importante comprendere le ragioni, oltre che sottolineare quanto il NO sia stato un grave errore, una svista colossale, unincapacità di guardare al futuro a 360 gradi.
Forse è tempo che quello che i giornali inglesi definiscono il club, ossia lUe, si decida a deviare leggermente la rotta prendendo atto, con pragmatismo, dellenorme distanza che la separa dai milioni di europei che dovrebbero sostenerla con entusiasmo. Se dobbiamo accettare e ratificare valori
leggi e principi condivisi da quasi mezzo miliardo di persone, lUe deve sforzarsi di farli comprendere agli elettori, di non rimanere unentità superiore astratta. Gli elettori devono poter capire quanto sia importante unEuropa davvero unita e forte davanti alle grandi sfide che ci aspettano.
Ci sono proposte interessanti in merito: una maggior decentralizzazione, maggiori poteri concessi ai singoli stati, unautentica sussidiarietà dellUe, per ora solo predicata; o ancora, lasciare margini più ampi di movimento ai singoli processi in materia economica o di riforme sociali.
Riforme alle quali, ad esempio, gli olandesi tengono molto e alle quali non sarebbero disposti a rinunciare in nome di una astratta autorità dellUe.
Tuttavia, uno degli aspetti più importanti resta lurgenza di riforme economiche in grado di battere la disoccupazione e di dare una spinta energica alla crisi economica che tutta lEuropa sta attraversando.
Non basta strillare che la costituzione europea non è morta, che bisogna andare avanti per rispetto di chi lha già ratificata. Qui ci vuole il coraggio di fare scelte anche difficili: in Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Scandinavi, riforme economiche e una più ampia liberalizzazione, hanno dato buoni risultati.
LItalia, o la Francia, protestano: troppi dissensi interni davanti al cambiamento. Cresce nella gente la paura del futuro, di tutti quei paesi dellest che già stanno producendo una delocalizzazione di investimenti e lavoro.
Tuttavia, produrre,ad esempio, in Polonia frigoriferi o automobili, è più economico che farlo in Cina, e nel lungo termine, lUe trarrebbe vantaggio da investimenti significativi, denaro che circola qui piuttosto che in Cina. Questo significherebbe crescita, più domanda di beni e servizi; la paura dellEuropa
occidentale è comprensibile ma controproducente, i paesi dellest non dovrebbero essere visti come una minaccia ma piuttosto come una risorsa. Ecco: far capire questo è difficile ma necessario.
Per stessa ammissione di Juncker, lEuropa è in crisi profonda e gli elettori hanno espresso chiaramente linsoddisfazione verso un ente alieno che sentono lontano, indifferente ai problemi, impastoiato nella burocrazie, lento.
Se i leader europei non si svegliano dal paese delle meraviglie dove a volte sembrano vivere, e non riprendono urgentemente contatto con la realtà, non faranno che accrescere la voragine che si sta creando tra loro e la gente. Perdendo totalmente quellautorevolezza seria che permette di esercitare, seriamente, unautorità su milioni di persone.
La Gran Bretagna ha dimostrato, davanti al dramma dellattentato di Londra, unammirevole capacità di reagire; quellunione, quello spirito comune di appartenenza non solo ad un paese ma ad un insieme di ideali e principi dovrebbe essere patrimonio di tutti i paesi dellUe, e un esempio sul modo di affrontare problemi futuri.
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